Senza categoria

Intervista – Massimo Doris

By 23 Maggio 2019 maggio 31st, 2019 No Comments

«Grazie, perché mi avete fatto tornare bambino, come quando aprivo il pacchetto delle figurine». Il messaggio è giunto via posta elettronica. Il mittente è appena rientrato a casa dopo avere partecipato a una tappa del Giro E con il team Mediolanum. «È proprio questo che vogliamo: rendere felici le persone che ci hanno consentito di diventare ciò che siamo», dice Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, seduto nella hospitality del Giro E. Da anni, premia i suoi migliori clienti con pedalate sulle strade del Giro d’Italia in compagnia di campioni quali Moser, Bettini, Ballan, Fondriest e Motta. Quest’anno, vi ha aggiunto la partecipazione al Giro elettrico.

A occhio e croce siete lo sponsor più longevo del Giro: 17 anni. L’avreste detto?
«No. È cominciato tutto con un contratto di tre anni, e siamo arrivati fin qua. Era il 2003 quando RCS ci propose di sponsorizzare la maglia del miglior scalatore. Prendemmo l’occasione al balzo perché grazie al Giro d’Italia avremmo avuto la possibilità di coinvolgere la nostra clientela. Noi organizziamo da sempre numerose attività sul territorio con i nostri clientie il Giro  ci avrebbe consentito di raggiungerli e di portarci direttamente da loro. È perfetto per noi. Inoltre, il ciclismo è una passione di famiglia, perché sia io sia mio padre siamo appassionatissimi, in questo modo abbiamo unito l’utile al dilettevole. La maglia azzurra, quella del miglior scalatore, è un po’ la storia di questo Paese, dello sforzo per raggiungere un risultato. È così anche per noi: quando i mercati sono difficili si vede veramente chi è il più bravo, il più forte».

Perché le piace il ciclismo?
«Perché permette a qualsiasi età di porsi degli obiettivi: oggi faccio venti chilometri, domani possono diventare 25, dopodomani voglio conquistare la cima lassù. Porsi degli obiettivi e raggiungerli. Poi c’è la meraviglia di scoprire l’Italia, che è un Paese straordinario. Infine, ti consente di immedesimarti nei campioni che compiono imprese che per un amatore sembrano quasi impossibili».

È uno sport antico, ma proiettato nel futuro. Prova ne è la nascita del Giro E.
«L’innovazione della pedalata assistita è qualcosa che ho apprezzato subito. Per persone poco allenate, o con poco tempo per allenarsi, rappresenta la possibilità di avvicinarsi alla bicicletta senza sfiancarsi. Si attiva la pedalata assistita e si possono affrontare anche salite impegnative e difficili. Mi è capitato di uscire in bicicletta con amici, io con la bici muscolare, loro, meno allenati, con quelle a pedalata assistita: è bello perché si ha la possibilità di stare tutti insieme. Questa del Giro E è un’iniziativa stupenda perché è un modo per fare conoscere una bici più facile, ma che permette di provare le stesse emozioni, consente di ammirare gli stessi panorami finora riservati solo ai più allenati. È un’idea vincente, come lo sono queste bici, che infatti stanno avendo un successo incredibile. E poi, soprattutto in città, ci aiutano a essere ecosostenibili».

A quale età è salito per la prima volta su una bicicletta?
«Non lo ricordo, ero proprio piccolino. Ricordo però che da quando avevo cinque anni sognavo la bici da corsa. Mio padre ce l’aveva, io già allora amavo questo sport, attraverso i suoi racconti di Coppi e di Bartali. Lui aveva la bici da corsa e la domenica andava a pedalare con gli amici. Io non sognavo altro che andare con lui. Tutte le notti. Papà, voglio la bici da corsa, gli dicevo ogni volta che lo vedevo; raramente, perché lavorava tantissimo. Allora lui si levava in piedi, portava il braccio all’altezza della spalla e rispondeva: Quando arriverai qui sotto te la comprerò. Il problema è che mio padre è molto alto, infatti per quanto allungassi il collo non ci arrivavo mai. Finché un giorno, , nonostante non fossi ancora così alto, mi fece una sorpresa e me la comprò. Fu una gioia indescrivibile. Avevo otto anni, ma me lo ricordo come fosse oggi. Andammo da Rebellato, a Castelfranco Veneto. Non mi aveva anticipato nulla. Entrando, mio padre chiese una bici da donna per mia madre e una bici da corsa per me. I battiti mi salirono a 300 al minuto. Da quel giorno cominciai a uscire con lui e i suoi amici la domenica: loro trentenni, io bimbetto. Una meraviglia».

Lei ha tante passioni: auto, moto, biciclette.
«Come si suol dire, i maschi non crescono, rimangono per sempre bambini. In un certo senso è vero. Queste passioni sono un mantenere vivo l’essere bambini che eravamo, attraverso “nuovi  giochi”: una volta erano i soldatini, le automobiline, oggi sono la Pinarello o la Colnago nuove, la moto nuova, il nuovo paio di sci. È un modo per rimanere bambini».

Parlando di passioni, qual è il sogno che non ha ancora realizzato?
«Sono tanti. In bicicletta, mi piacerebbe fare lo Stelvio, che non ho mai fatto. Un’altra sfida è la Maratona delle Dolomiti: almeno il giro intermedio, a quello lungo non penso nemmeno. Mi piacerebbe poter dire: ce l’ho fatta. Ma non riesco mai a prepararmi in tempo».

Con una bici a pedalata assistita potrebbe.
«Sì, però questo vorrei farlo con una bici muscolare. Per il gusto dell’impresa. Una bici assistita ce l’ho, una mountain bike: mi consente di arrampicarmi in posti dove con la bici muscolare sarebbe durissima se non impossibile, e poi di tuffarmi in discesa divertendomi da matti. Ma non escludo, un giorno, di acquistare anche una bici da strada assistita».

Non la spaventa la fatica?
«No, è la parte che apprezzo. Infatti, pur non avendo il fisico da scalatore – sono alto un metro e 86 e peso 82 chili – a me piace la salita. La pianura mi annoia un po’. Sono stato cullato dai racconti di mio padre su Coppi: raggiungere la vetta è una soddisfazione indescrivibile».

Il ciclista più Mediolanum di tutti?
«Fausto Coppi. Perché mio padre è, come si definisce lui, “Coppista”.  Ma anche perché la storia di Coppi ci rappresenta: un uomo venuto dal nulla, che apparentemente non aveva il fisico, e poi ha realizzato i propri sogni, entrando nella leggenda dello sport.. Pensando alla storia della nostra azienda, a mio padre che cresciuto in un piccolo paese di provincia, e in una famiglia poverissima,  ha costruito un’azienda importante. Sì, Fausto Coppi. Lo scelgo per amore».

Leave a Reply